Unatantum | Sartre e l’antisemitismo

Quando si fa riferimento alla riflessione di Jean-Paul Sartre contenuta nel suo L’antisemitismo. Riflessioni sulla questione ebraica, si può anche evitare di pensare alla storia del Novecento come storia cruda di fascismi, nazionalsocialismi e genocidi. Questo non per negazionismo né tantomeno per evitare di calare il discorso in una realtà storica determinata i cui fantasmi ancora ci pizzicano, ma perché Sartre stesso ci autorizza fare ciò. Di storia infatti, nel testo sartriano, poco si parla. È uno dei grandi limiti della sua riflessione, se vogliamo, perché ci vieta di ragionare in concreto su come l’antisemitismo, da Sartre aspramente criticato, si sia declinato (e si declini ancora oggi) concretamente. Questo ci consente però di ragionare in termini socio-filosofici su un fenomeno mai scomparso e apparentato direttamente con altri terribili –ismi della storia contemporanea.

Jean-Paul Sartre

Ci si chiede chi sia l’antisemita, Sarte lo afferma chiaramente: “se un uomo attribuisce tutte o parte delle disgrazie del paese e delle sue disgrazie personali alla presenza di elementi ebraici della comunità, se egli propone di rimediare a questo stato di cose privando gli ebrei di alcuni dei loro diritti o escludendoli da certe funzioni economiche e sociali o espellendoli dal territorio o sterminandoli, si dice che costui è di opinioni antisemite”. Ma l’antisemitismo è tutt’altro che un’opinione, fa notare subito dopo Sartre. Prendere di mira tramite una dottrina persone per privarle dei diritti o della vita non è frutto di un’opinione, ma prima di tutto di una passione. C’è una teoria dell’antisemitismo, certo, ma chi risponde al nome di antisemita non è un filosofo o un sociologo di professione: è un borghese, un uomo medio, disturbato dall’ebreo e dai suoi costumi. Al di là di ogni esperienza vissuta dell’ebreo – anzi, anticipando quell’esperienza –, l’antisemita è già in grado di enumerare i difetti assoluti di ogni ebreo. “Se l’ebreo non esistesse,” insomma “l’antisemita lo inventerebbe”, dice Sartre. Ecco perché la storia conta relativamente: è l’idea dell’ebreo, assoluta e astorica, ad essere importante, ipostatizzata di una realtà che forse non verrà nemmeno mai esperita. Un’invenzione che è frutto della libera e gratuita scelta di un uomo ragionevole, magari docile, buon padre e buon lavoratore, di chi non ha ricevuto minacce o insulti da un ebreo, ma di chi li odia passionalmente e assolutamente.

Ermete Novelli nei panni dell’usuraio shakespeariano Shylock

L’antisemita, dice Sartre, è quel tipo di uomo che ama “la fissità della pietra”. È colui che vuole essere solido e impenetrabile, chi non ha voglia di dialogo, di dialettica o di pensiero, chi ama la sicurezza di una passione e di una fede velenosa, quella dell’odio, terribile ma perlomeno sicura. «Sono stato derubato da un ebreo una volta?  Ciò basta come prova del mio antisemitismo». Un gioco ridicolo, diremmo, ma d’altra parte, gli antisemiti “hanno il diritto di giocare”… Dice Sartre: sono uomini medi, in fondo mediocri, che nemmeno rivendicano una superiorità culturale e intellettuale, uomini “della folla”, che gridano il loro odio in gruppo. Se non si è contenti dell’assenza della parola capitalismo in tutto questo, eccoci accontentati, perché dietro a questo fenomeno al contempo individuale (analizzabile persino psicanaliticamente) e di gruppo c’è la proprietà. L’antisemita è un proprietario. Non un proprietario sudato per il duro lavoro, ma un proprietario che anzi ignora le “forme della proprietà moderna” (la proprietà che lo riguarda è, infatti, quella ereditaria). L’ebreo, di contro, incarna la quintessenza del capitale e perciò liberarsene come ci si libera di un parassita significa avere la possibilità di accrescere la propria natura di proprietari. Odiando l’ebreo ecco che nasce nell’antisemita la possibilità di un’autocoscienza: «sono un proprietario che cerca di disfarsi dei predoni». Paradosso: non esiste ebreo innocente, ma l’antisemita ha necessariamente bisogno tragicamente di quell’ebreo colpevole, in carne ed ossa. Esito non solo degli ipernazionalismi ma anche delle democrazie, l’antisemitismo crea quindi una società di giustapposti, in cui gli atomi sono coloro che rimbalzano la propria individualità per gridare in calca, incapaci di agire o di pensare da soli, poco bisognosi dell’intelligenza e del lavoro. “Non c’è antisemitismo tra gli operai”, dice d’altra parte Sartre, ma c’è tra “i non produttori”, i borghesi, che dotano l’ebreo di una sua ebreità come si dota l’oppio di una virtus dormitiva. Lo scopo di questo “manicheismo”, di questa divisione, non è affatto rivoluzionario (penso alla lotta di classe marxiana), perché non c’è nessun intento di fondare un nuovo ordine post-rivoluzionario. È un divertissement passionale, pigro e autenticamente negativo. Distruggere, distruggere, distruggere, per ottenere una società senza ebrei. Tratteggiare un profilo psicologico di costoro, infine, non è difficile per Sarte: gli strumenti della psicanalisi freudiana spiegano bene che l’antisemita nasconde una profonda attrazione verso il male e che il corpo dell’ebreo odiato, sia in realtà oggetto di pulsione (“aroma di stupro e di massacro”). Un pretesto, insomma, quello dell’antisemitismo analizzato da Sartre, con un forte potere di nascondimento: paura, codardia, pochezza intellettuale, radicale scontento sociale e esistenziale, pulsione verso il male, tutto ciò viene mascherato.

È l’antisemita a creare l’ebreo: questa la tesi finale di Sartre. Non è un caso che il filosofo martinicano Frantz Fanon, autore de I dannati della Terra, forse il più grande e lucido studioso del fenomeno del colonialismo contemporaneo, riprenda esattamente questa posizione sartriana per applicarla al razzismo. È il razzista a creare e ad aver bisogno del nero. Dovessimo sostituire la parola antisemita con razzista, non avremmo difficoltà a notare che, con le dovute differenze, l’ossatura generale dell’argomentazione reggerebbe. Il nero non si può nascondere, certo, come fa il ‘subdolo ebreo’, ma rimane l’altra faccia dell’universalismo liberal-borghese e dello scontento individuale, che crea un sistema manicheo abitato da sottuomini (termine sartriano). L’irrazionalità rimane insomma il sottofondo manifesto di molte delle nostre contraddizioni sociali.