Unatantum | George Berkeley e l’immaterialismo

Nasceva oggi, il 12 marzo di trecentotrentaquattro anni fa, il filosofo irlandese George Berkeley, il pensatore che rilesse l’empirismo di Locke in chiave spirituale e religiosa.

  Nato a Dysert nel 1685, si laureò a Dublino e, dopo anni di studi, viaggi e pubblicazioni si propose un progetto ambizioso: quello di evangelizzare i “selvaggi” americani, con l’intenzione di fondare una scuola nelle Bermude. Il progetto non venne mai realizzato e così Berkeley tornò a Londra per proseguire gli studi, per poi diventare vescovo a Cloyne. Morì ad Oxford il 20 febbraio 1753.

   Come in Locke, l’origine della conoscenza umana è per Berkeley da situarsi nella sensibilità. Ma quella di Berkeley fu una forma di empirismo radicale – la più radicale, forse – perché il filosofo approdò a una concezione che non troviamo in altri pensatori (non solo) secenteschi, ovvero l’immaterialismo, riassunto nella celebre affermazione esse est percipi, la realtà corrisponde a ciò che viene percepito. Secondo l’empirismo lockiano, infatti, gli unici oggetti intellegibili sono ciò che Locke chiamava “idee”. Se prendiamo, ad esempio, un qualsiasi oggetto della percezione, diceva Locke, possiamo notare come esso sia in effetti nient’altro che una realtà molteplice, una collezione di idee. Ma è proprio (e solo) in queste idee, aggiunge Berkeley, che sta l’essere (esse).

   Questa concezione è gravida di conseguenze. La prima è che se la realtà delle cose è da identificarsi nella percezione (percipi), quest’ultima cessa di essere un mero mezzo per cogliere ed intuire quelli che sono gli oggetti sensibili che trascenderebbero lo spirito, che gli starebbero di fuori come sostanze materiali. Detto in altri termini la realtà, come realtà esterna, smette di avere una sua consistenza ontologica, perlomeno primaria o, almeno, non si dà possibilità di dimostrazione di tale consistenza proprio perché l’unica attestazione che ne abbiamo è la percezione stessa di questo o quell’oggetto. Affermare allora che il libro che percepisco qui ed ora di fronte a me esista come oggetto esterno fuori dalla mia percezione non è altro, per Berkeley, che una vanaastrazione. Il polo materiale della distinzione cartesiana tra mente e spirito, insomma, viene meno: non si può fare altro che affermare che l’unica realtà esistente è quella della res cogitans, dello spirito, delle idee.

   Scrive Berkeley nel suo Trattato sui principi della conoscenza umana:

La copertina del Trattato

«chiunque sarà disposto a riconoscere che né i pensieri, né le passioni, né le idee formate dall’immaginazione esistono al di fuori della mente. […] Dico che il tavolo su cui scrivo esiste, cioè lo vedo e posso toccarlo; se uscissi dallo studio, potrei dire che esiste, intendendo che, se fossi nello studio, potrei percepirlo, o che qualche altro spirito lo percepisce effettivamente. […] Mi sembra assolutamente incomprensibile ciò che si dice riguardo all’esistenza assoluta di cose non pensanti, senza nessuna relazione il fatto che siano percepite. Il loro esse è un percipi: non è possibile che esistano al di fuori delle menti o delle cose pensanti che le percepiscono»

Ciò che accomuna Berkeley a filosofi come Locke, Cartesio, Malebranche e Leibniz è la posizione primaria che viene assegnata all’intelletto, come unità di tutti i principi di ragione. Ma a differenza dei suoi predecessori (e di molti altri suoi successori), l’intelletto diventa l’unica realtà dotata di sostanzialità. Il semplice fatto di percepire, di intuire questo o quell’oggetto sensibile non ci permette di poter affermare che quell’oggetto esista se non come oggetto della percezione.

   Dov’è che interviene, allora, la teologia? Interviene dal momento in cui Berkeley afferma che le idee prime prodotte dai nostri sensi sono prodotte da Dio, mentre tutte le altre idee possono essere annoverate solo in un “palinsesto minore”, come immagini o riflessi di quelle idee prime. Il Dio di Berkeley è un Dio che pone la necessità di una scelta radicale tra il materialismo – la dottrina che asserisce che la materia sia reale, con conseguente svilimento del principio spirituale e divino – e lo spiritualismo. Quello di Berkeley non è quindi solo un immaterialismo, ma un immaterialismo spiritualistico. Studiare la natura, anche attraverso la scienza, significa per Berkeley studiare il linguaggio di Dio.

  Ma il Dio berkeleyano non è solo, per così dire, un “dio filosofico”, perché tutto lo sforzo del cosiddetto “secondo Berkeley” – l’opera Alcifrone, scritta mentre Berkeley attendeva i sussidi per la fondazione del suo collegio americano, ne è un esempio – si riassume nel tentativo di delineare una metafisica di stampo religioso e neoplatonico. Berkeley è un difensore della religione cristiana e l’Alcifrone è la definitiva affermazione che la religione naturale è insufficiente a supportare la metafisica già concepita dal filosofo. Dio è sì una verità ontologica assolutamente necessaria per spiegare l’esistenza delle idee, è l’Intelletto per eccellenza, ma è anche il Dio della tradizione cristiana.

   Su Berkeley si esprimerà un grande filosofo come Bertrand Russell, che ritenne il suo sistema nientedimeno che insopportabile: «gli idealisti – dirà – sono coloro che vorrebbero affermare che i treni hanno ruote solo quando sono in stazione, dato che i passeggeri non possono vederle quando sono a bordo». Ma già Kant aveva detto la sua in quanto nella Critica della ragione pura aveva offerto una celebre confutazione del sistema berkeleyano. La stessa cosa farà Sartre ne L’essere e il nulla, dove affermerà che il vero errore di Berkeley è nell’anello mancante che dovrebbe riuscire a ridurre tutto l’essere del fenomeno all’essere della conoscenza: dire insomma che un essere debba essere percepito non significa automaticamente dire che esso esista solo nella percezione. Ma il debito verso Berkeley non è affatto banale: non lo è nel grande idealismo di matrice tedesca come non lo è – terreno forse meno sondato – in una lettura comparata tra il pensiero del filosofo irlandese e quello delle filosofie orientali.